Ieri sera a Cesena al Cinema Eliseo ho incontrato, assieme all’Elisabetta Farneti e a Francesco Giubilei, il Prof. Alessandro Meluzzi, noto psichiatra, criminologo, saggista, accademico e religioso italiano., che ci ha illustrato la sua provocatoria teoria sulla Romagna come origine della nazione italiana.
L’evento è stato organizzato da 4 associazioni che operano nel cesenate: Nazione Futura, Cattolici nel Centrodestra, Valori e Libertà e Romagnaopera.
Io ho fatto questa introduzione
“Ringrazio professor Meluzzi per essere qui con noi questa sera e parlarci di Romagna e origini della Nazione Italiana.
Sono romagnolo, sono nato da genitori Romagnoli, credo di sapere cosa sia la Romagna. Credo quindi che la Romagna sia l’espressione più chiara, più limpida di cosa significhi, per la nascita e lo sviluppo della personalità dell’uomo, il fatto di nascere e di vivere in un determinato luogo. È il luogo che fa la persona ed è la persona che contribuisce a fare, nel tempo, un determinato territorio con determinate caratteristiche.
La Romagna è il miglior antidoto alla globalizzazione, è l’antitesi della globalizzazione. Essere romagnolo è il contrario di essere cittadini del mondo.
Ma cosa significa essere cittadini del mondo? Credo che questa espressione sia la peggior deriva relativista che vi possa essere, perché sostanzialmente significa che è indifferente essere di un posto oppure di un altro, che è indifferente essere nato in un luogo oppure in un altro: significa che è indifferente avere una identità oppure un’altra.
Essere cittadini del mondo vuol dire in sostanza non appartenere, vuol dire non avere nessuna appartenenza.
Ma l’appartenenza è invece una delle dimensioni essenziali dell’essere uomo. Essa ci accompagna fin dalla nascita, nasciamo in un dato luogo (a caso o per destino buono), ma questo è un dato incontrovertibile. Nasciamo in una situazione che ci segna sin da subito
Nasciamo in una comunità che ci identifica e ci caratterizza, volenti o nolenti. Poi ci può anche essere una appartenenza elettiva, ma essa dipende (anche per contrasto, se vogliamo) con quel dato di fatto originario.
Dunque è nell’appartenenza che l’uomo cresce, perché nell’appartenenza attraverso l’insieme di relazioni con altri l’uomo diventa quello che è.
Dichiararsi cittadini del mondo significa estromettere tutto questo dal proprio orizzonte, significa estromettere la tradizione dalla propria linea di pensiero e di azione, sostituendo ad essa una pseudo libertà: significa sostituire “la persona in relazione con altre” a “l’individuo senza legami”.
Cosa c’entra questo con la Romagna? Io credo che alla Romagna si appartenga e in modo forte, appassionato.
Piadina, vino, dialetto, capacità di creare lavoro sul territorio, capacità di inventarsi, accoglienza, valori familiari, attaccamento alle tradizioni, questi sono tutti i caratteri fondanti dell’identità romagnola.
Identità decisamente più marcata rispetto alla media.
Eppure se ci pensiamo esistono diverse Romagne e ognuna di queste ha il suo dialetto, il suo modo di cucinare (anche la piadina è diversa da zona a zona) il suo modo di bere (il vino è unico e santo, il sangiovese, ma ciascuno preferisce il suo).
Le mille varianti del dialetto non fanno perdere alla lingua romagnola la sua caratteristica di principale strumento di mantenimento della cultura identitaria: la lingua permette ai romagnoli di conoscere se stessi.
In conclusione è nella diversità che vi è la comune espressione di una forte identità di appartenenza culturale.
Non so se la Romagna ha fatto l’Italia, ma so di certo che la Romagna è il miglior antidoto alla nuova globalizzazione.”
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